sabato 31 maggio 2025

Parareferendalia

L'analisi della contraddizione che emerge tra i quesiti referendari proposti, quattro sul lavoro (proposti dalla CGIL) e quello sulla cittadinanza (proposto dal comparto politico radical-liberal-progressista), che il Paese andrà ad affrontare l'ormai prossimo 8-9 di Giugno, va letta, a parere di chi scrive, sotto almeno due aspetti che tra loro apparirebbero scollegati, alla luce del senso comune, ad oggi dominante: l’uno di portata generale"maggiori diritti per tutti, producono automaticamente un bene maggiore" (in piena lettura economicista contabil-paretiana), l’altro di natura strettamente tecnico-politica – è opportuno lo strumento referendario?



Nessuno, nemmeno il più malvagio degli esseri umani, nel tempo presente, si sognerebbe di affermare: meglio meno diritti. Quindi cominciamo a sgomberare il campo dalle questioni marginali; nessuno (qui, probabilmente, addirittura meno che altrove) si sognerebbe di augurare il male a qualcun altro. La questione, la natura stessa del diritto soggettivo è quello di essere escludente, dunque valevole, la propria rivendicazione, "erga omnes" (nei confronti di chiunque). 



E ci mancherebbe pure che andasse specificato: ma va fatto; non viviamo tempi semplici.



1) La buona fede:



Il grimaldello per scassinare l'anima del cittadino sensibile alla lettura "di sinistra", è da sempre la stessa, quella che potremmo rubricare a "istanza radicale":



- in fondo, a te, cosa toglie?



Al netto di quanto già chiarito sulla natura stessa dei diritti soggettivi, la genesi storica di tutto quell'insieme di diritti (universali? Non mi piace, ma proviamoci) che l'individuo ha nel tempo rivendicato come membro di una "certa" comunità, frutto, innanzitutto, di teorizzazione religiosa, filosofica, letteraria, direi antropologica; quanto poi sociologica, e infine ma solo infine, economico-giuridica, non ha subito un percorso lineare e, per dirla con Marx, è stata assolutamente violenta, nel suo dipanarsi cronologico e spaziale. Sempre che si accetti, come banco di prova di questa lotta, la lettura riconducibile al materialismo storico-dialettico (lo scontrarsi, cioè, di necessità opposte, che portano a una sintesi di ordine superiore; superiore, in quanto superativa della dialettica "padrone-servo" di Hegel, che mirava alla conservazione dell'ordine statico tra le "classi" - analizzando Hegel, se mi è permesso, con le forme di Marx, ma non mi pare di essere il primo).



Molto più semplicemente, e tragicamente, la conflittualità non segue sempre la linearità verticale (servo-padrone) da questi illustri signori pronosticata, bensì assai più spesso, essa incorpora i desiderata del sistema padronale, contrapponendo, in maniera truffaldina (tanto più fastidioso il metodo, quanto più bassa è la classe sociale di chi lo esercita nei confronti dei propri pari), le legittime rivendicazioni delle classi servili, movendole le une contro le altre; è questa la nefasta, ma sempre infestante, conflittualità orizzontale (servo-servo). 



"Il maggior capolavoro del Diavolo, è stato far credere, a tutti, che non esiste".

(C. Baudelaire, semicit.)



L'esempio preclaro del comporre a proprio piacimento, da parte del capitalista (il padrone, qui), la conflittualità orizzontale, è sempre quello che l'illustre signore, sopra richiamato, chiama "creazione di un esercito industriale di riserva": ovvero, negli effetti, esattamente la riduzione del lavoratore alla stregua di una parte della macchina, con un lavoro che comporti logiche stringenti e mansioni attentamente compartimentate, tali da renderlo in ogni momento sostituibile, con un altro elemento, della stessa o di altra estrazione .

Lo schiacciamento, cioè, della condizione del lavoro,  sulle capacità e possibilità del capitale fisico: associando alla stessa, in ultima istanza, le qualità che segnano il secondo: la perfetta intercambiabilità e la completa disponibilità



Perché questa opzione sia possibile, si rende necessaria una quota di disperati disposti a qualunque condizione, pur di essere ammessi alla funzione, finanche sia quella servile. 



Non a caso da tempo, soprattutto in certi ambienti si parla di risorsa… (al pari di un minerale di ferro, o una terra rara, o un altoforno, o un pozzo di petrolio). La capacità contrattuale del padrone è sempre, dunque, legata, alla possibilità sostitutiva del servo con un altro servo

Di una risorsa, con un'altra risorsa.



Detto più facile, e provo a utilizzare la voce del Padrone:

"Mi servi, ma solo nella misura in cui non posso sostituirti con un altro servo, a battere la stesso pianale col martello. Così come posso sostituire un fornitore di una risorsa, con un altro della stessa risorsa.

Sempre fino a quando non potrò sostituirti con una macchina, più efficiente e con meno pretese".


Tornando però sul tema, quid dei quesiti referendari, alla luce di questa premessa?



2) Le legittime attese politiche



Il referendum abrogativo, per sua natura imperfetto nella forma ma soprattutto nella sostanza, in quanto abrogativo e quindi, retro-normativo (ripristina la normazione precedente: anche solo una parte della legge che produceva una sola o un set di norme specifiche), è lo strumento giusto per regolare il fondamento della nostra Repubblica (ex art. 1 - c.1 Cost.), ovvero il lavoro?


Sia nel suo innesco bagnato, che nel suo risultato, lo strumento refendario non ha mai lavorato in senso realmente contrario alla agenda capitalista, per una serie di motivi che meriterebbero analisi più attenta; ma va fatto almeno un passaggio a volo d’uccello sulle principali cause:

- se scomodo (ricordiamo il referendum trivelle), viene disinnescato con una modifica della legge che interviene tra l’approvazione e lo svolgimento del referendum;

- se sdrucciolevole (come fu quello per l’acqua bene pubblico, che non si aspettavano di perdere) bellamente ignorato;

- se funzionale, che passi o non passi il quorum, è un gioco a somma negativa: qualsiasi risultato è politicamente conveniente.





Il parere di chi scrive è che non solo non lo sia (strumento N.d.C.), ma che sia invece foriero di trappole politiche in cui possono incappare anche i più avveduti tra i commentatori.



Analizzare ogni quesito nella sua sostanza lascia il tempo che trova, perché nella migliore delle ipotesi, stiamo parlando di battaglie di retroguardia, nella peggiore, di questioni assolutamente ininfluenti per il 99% dei lavoratori. 

Vado comunque a esporre il sunto delle cinque proposte, per avere almeno a grandi linee, un'idea delle materie oggetto di possibile modifica.

In fondo, chiarisco la lettura politica.



Primo quesito:



Nella traduzione in lingua comune, la "illegittimità" riscontrata dal giudice del lavoro, del licenziamento del dipendente, comporterebbe in alcuni casi, il reintegro del dipendente (ma questo avverrà solo in aziende sopra i 15 dipendenti, e non sottoposte a procedure concorsuali), piuttosto che la buonuscita tra 6 e 36 mensilità dovuta al lavoratore dettato dalla normativa vigente. Chiarendo in anticipo che i licenziamenti illegittimi sono per lo più legati a crisi aziendali e quindi vertenze collettive, che già prevedono che il giudice intervenga con un atto riparatorio del danno cagionato, anche oltre le mensilità (c.d. danno morale)



Secondo quesito:



Elimina la norma che prevede il tetto massimo alla buonuscita per licenziamento senza giusta causa, lasciandola alla determinazione del giudice, per le piccole imprese. Le stesse, nella loro declinazione micro, preferiranno il fallimento, e la costituzione di una nuova società.


Terzo quesito:



Inserisce l'obbligo di motivazione per il contratto a termine (delega, in ultima analisi, al giudice del lavoro la valutazione della transitorietà del contratto, quando sollevata).



Quarto quesito:



Responsabilità solidale di chi affida il contratto di appalto, sull'infortunio del lavoratore della ditta appaltata. 

Del tutto condivisibile, se non fosse che il sistema degli appalti a cascata, ha in re ipsa la precisa funzione economico-giuridica, di allontanare, in termini anzitutto di tutele contrattualistiche, il "general contractor" dagli esecutori fisici.



Quinto quesito:



Va ad abrogare una legge del 1992 (33 anni fa, N.d.C.), ripristinando l'ottenimento della cittadinanza dopo 5 anni di requisiti soddisfatti. 

Fermo restando che nessun diritto al cittadino straniero residente legalmente, è negato, salvo il diritto di voto alle elezioni politiche e a quelle regionali (e qualche scartoffia, che non è negata a nessuno sul territorio della Repubblica).



Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”  (B. Brecht)



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L'opinione di chi scrive, complessiva, va chiarita sotto due aspetti diversi, quantomeno:



1) vengono proposti quesiti sul lavoro DI ASSOLUTA MARGINALITA'. 



La condizione del lavoro (a opera del quieto padrone), si assesterà facilmente su un nuovo equilibrio: il reintegro è la peggiore delle condanne, in una impresa non sufficientemente grande; le piccole imprese accederanno a procedure concorsuali, e il lavoratore non avrà nulla; l'obbligo di motivazione fa ridere già così;  il sistema degli appalti troverà una sua nuova giustificazione tassonomica, e la richiederà a stretto giro ai suoi referenti politici.



2) L'importanza politica del referendum può avere solo un valore di gioco "loose-loose-loose ", e vado a spiegare:



- se vincono tutti i referendum, hai un vittoria di Pirro, con la poison pill  della cittadinanza agevolata e della sostanziale riforma, nel breve periodo, del corpo elettorale;

- se vincono solo i quattro sul lavoro e non quello radicale, "si rende necessario rimettere mano alla disciplina del lavoro, per armonizzarla con le altre norme del codice civile" (virgolettato immaginario della C. Cost, o del P.d.R, poco conta)

se perdono tutti (in termini di voto, improbabile, o in termini di affluenza, questo è ininfluente nell'immediato) comporterà altri dieci anni in cui qualsiasi istanza lavorista sarà ignorata, perché non c'è seguito a sufficienza.






Le battaglie sindacali si fanno in fabbrica, le battaglie politiche si fanno in piazza, o in parlamento.


La CGIL non ha pensato, in via referendaria, a un ripristino della previgente normativa sul diritto di sciopero, che è l'unica arma del lavoratore?


Grazie della pazienza per avermi seguito fin qui, ogni commento sarà, comunque, ignorato.


Rebound

sabato 22 febbraio 2025

I Tecnomanti

 Questo articolo, tenuto nel cassetto per quattro mesi, rischia di uscire già vecchio, data la brusca accelerazione che il succedersi degli eventi ha preso, a seguito del cambio della guardia alla guida del complesso militare-industriale atlantico.

Ho mozzato alcune parti, che riprenderò più avanti se ne avrò voglia, altrimenti no.

Tuttavia, convinto della bontà delle riflessioni ivi contenute, le sottopongo al pubblico, nella speranza che possano offrire spunto di dibattito.



Ha buon gioco a prevedere il futuro, chi ha il potere di crearlo”.



- Henry Ford





L'aspetto più stupefacente del tempo presente è la forma di sereno abbandono che i popoli vivono a una sorte che appare, per l'umanità intera, già scritta. Il donarsi, fiducioso in quanto sincero ed irrinunciabile, a quel “pilota automatico”, a quelle “scelte al riparo dal processo elettorale”, che il buon pastore ha scelto per loro.

Beninteso, chi scrive ha assai chiara l'idea che, oramai, poco distingua un popolo da un altro, una nazione da un'altra, una lingua da un'altra, un governo da un altro, finanche un sesso dall'altro. Troppo avanti è andato il processo di omogeneizzazione economica e, quindi, culturale.

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Con l'intenzione sincera di evitare un fastidioso sussiego, mi si conceda un breve passo di glossario interpretativo.


Tre parole dal Greco antico ci confortano nell'analisi: la prima è tèchne, la seconda è mantàno, la terza è òikos.

  • La τέχνη (tèchne) è, nella lingua che più ha informato la cultura europea dotta, l'arte del far bene, del fare in modo corretto e razionale, del fare con la perizia dell'esperienza maturata. Questa si è riprodotta, più o meno, nel medesimo significato, in tutte le lingue occidentali. Niente però nella radice, prevede l'univocità, anzi, è forse vero il contrario: prevede la disponibilità.

  • Il verbo μανθάνω (manthàno) ha un significato, invece più sdrucciolevole da interpretare, per il sistema di pensiero modernista-positivista.

    Come ogni verbo (in Greco antico, così come, quasi, in ogni lingua che ho avuto la fortuna di studiare), dipende intimamente dal λόγος (lògos), che a sua volta ha un'interpretazione ancora più scivolosa. Il lògos è la parola, ma è anche il discorso, ma anche, vieppiù, il tessuto che sottende la realtà fenomenica, e in quanto fenomenica, affabile. D'altra parte, l'incipit di un certo libro recita “In principio era il Verbo”(nella traduzione in koinè, sull'aramaico debbo abbandonarmi alla sapienza degli antichi).

    Il significato di manthàno, conseguentemente al breve excursus, varia in base al tempo e al modo in cui è coniugato e alla frase, in diversi significati, principalmente individuati in “imparo-conosco, perchè ho visto”, oppure “scorgo da lontano” anche nel tempo. Per estensione, “prevedo”.

  • Il termine οἶκος (graficamente prevedibile, oikos), indica la casa, la famiglia, ma anche la casa della divinità, il tempio. Mutato il grado fonico della vocale, diventa la radice del termine “economia”.





Riallacciandomi a quanto espresso nell'intestazione, provo a produrre una definizione del “tecnomante”: non per una particolare voglia di crear categorie nuove (che dovrebbe essere appannaggio degli intellettuali veri; quelli che lo fanno di mestiere, o per infelice coscienza), bensì per la necessità di dare un nome e un volto al mio nemico politico, a chi, cioè, declina lo stare insieme, la società, in senso negativo.

Raramente, il tecnomante si addentra in riflessioni costruttive del concetto di “comunità desiderabile”: tipicamente, piuttosto, cavalca, in modo vigliacco, il diffuso disgusto pubblico per il presente, come incapace di produrre civiltà - sia perché troppo poco somigliante all'antico ormai perduto, sia quando stolidamente incapace di interpretare le istanze di un futuro che frettolosamente va inseguito. Ma, sempre, nella misura in cui lo stesso presente, resta troppo vincolato a momenti contrattuali pubblici, che descrive come vetusti schemi di controllo. Che si tratti di contratto sociale, legislazione costituzionale, diritto marittimo o costumi condivisi, poco conta.

Il tecnomante, dunque, per la natura futurista del suo immaginare, è un giovanilista a prescindere che definisca sé stesso progressista o conservatore: in via principale, è definito, nella sua statura politica, dalla soluzione, sempre negativa, e contraddittoria, che egli offre al reale (va da sé, sgradito): “meglio meno passato, benché il passato abbia creato me”. 

Il tecnomante ha bisogno di meno Stato, meno nazione, meno lingue, meno popolo, perché in ultima istanza, è terrorizzato dalla varianza (politica) che potrebbe ribaltare la sua auto-avverantisi previsione tecnica del futuro, che, completamente libera nel fine, è vincolata solo alla sua visione di un'umanità riformata al proprio compiacimento. Alla stessa maniera, vive il terror sacro della legge e del territorio in cui il diritto può essere esercitato, per la stessa ragione. 

Non può esistere lo stesso prodotto di controllo, in giurisdizioni tanto diverse, nevvero?

Il tecnomante ha rifiutato qualsiasi altra forma di “validazione del reale” che non sia la scienza, di cui però ignora i canoni diversi da if, and e or.

Sbeffeggia la religione, e ignora la filosofia. Qualsiasi costruzione, che non sia basata sul direttamente osservabile, quindi misurabile, è per lui semplicemente inaccettabile. 

Mi si accappona la pelle a rileggere quanto sopra: avrei potuto aver descritto il vicino di casa, la barista di fronte, il collega di lavoro, il dirigente, l'usciere o il ministeriale, o l'instagrammer con le labbra fillate. Non è così.



Quanto distingue il tecnomante dal conformista dismorfico, è la potenza trasformata in atto; codesta volontà di potenza è iscritta nelle leggi della scarsità che egli stesso impone, con somma violenza, al reale, dunque nell'economia

Il tecnomante, nella sua misura di uomo limitato dal suo essere fisico, che desidererebbe tendente all'eterno e all'infinito, come già accennato sopra, soffre in maniera viscerale le infinite possibilità di informazione (cioè, creative, di possibili altri oggetti, ma soprattutto soggetti) del mondo, che la molteplicità numerosa dei corpi (esponenzialmente moltiplicata dalle loro menti, e vieppiù, dalle loro anime - religione e filosofia), dona al mondo. Dovete crederema solo nella mia scienza – in questo il tecnomante nasce come elemento totalizzante, prima ancora che totalitario, che è il suo sviluppo teleologico.



Vuole, meno, di voi.



In quanto, sostanzialmente, espressione del complesso militare-industriale (se si va scrutando nelle carte, non v'è nulla di nuovo nei brevetti di Jobs, Musk, Gates, Zuckerberg – quattro ragazzi e un garage, è una bella copertina da vendere, quanto quella di “Abbey Road”), non ci si può attendere da lui la pace, la grazia o la bellezza, per la sua natura inquieta di impositore (o impostore?) di una futura società automatica: lo “stato eccezionale di guerra” fa parte del suo disegno costitutivo (sia essa dichiarata o no, o contro chi).

Anche per questo, il tecnomante si trova nella condizione di predire un futuro sviluppo, completamente assurdo, potremmo dire allucinato, in forma di uomini bionici (quindi sotto il suo diretto controllo algoritmico. Verrebbe da dire: più di così?) o di vita interplanetaria su pianeti che sarebbero ostici anche per un tardigrade. 

Dovete credere.

Si potrebbe andare avanti per ore, ma né io né voi, ne abbiamo voglia.



Sarà, infine, la carenza di energia, a regolare il conto con il suo teorema di controllo; a spengere i server: solo allora, se l'essere umano sarà ancora, vi sarà un possibile ritorno a quanto di umano  rimasto nel DNA dei nostri figli.



In ultima analisi questo soggetto politico, intende controllare, perché terrorizzato dalla finitezza terrena della propria condizione di primazia (quanto manca Hegel!), finanche la vita e la morte delle persone.

Aborto, gravidanze assistite, eutanasia, sono le condizioni cardinali di ogni tavolo a cui si sieda il tecnomante.



Voglio uno Stato confessionale, allora? Assolutamente no.

Voglio uno Stato etico, dunque. Assolutamente sì.

Voglio più Stato? Be', meno di così è tecnicamente (!) impossibile.



Vogliatevi bene, che è l'unica cosa che conta”

-Peter Goodwin



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P.S.



Ah, colpevolmente ho dimenticato un aspetto: questi elementi tecnomantici, si presentano in figura privata, come mi sembra di aver chiarito. Esiste, però, una loro controparte pubblica, che sono i governanti tecnici. Sarebbe troppo lungo (e inutile, il mio pubblico lo sa già) prendere a calcioni i Marii, Monti o Draghi. L'austerità espansiva o la pace col condizionatore, la lasciamo al giudizio dei comici: sparare sulla “Croce Rossa” è generalmente uso a una certa amministrazione pubblica di uno Stato transterritoriale, ma non appartiene all'estensore di questi quattro stracci.


P.P.S.

Piantedosi (un prefetto agli Interni), Crosetto (un mercante di armi alla Difesa), Nordio (un giudice alla Giustizia), Valditara (un ehm, al ehm). Possiamo consolarci con Salvini ai Trasporti (sotto attacco perenne, poro stronzo) e Lollobrigida alle Caciotte (pure lui sotto attacco perenne, poro stronzo). Nessun tecnico al governo!



Parareferendalia

L'analisi della contraddizione che emerge tra i quesiti referendari proposti, quattro sul lavoro (proposti dalla CGIL) e quello sulla c...